Parli con le persone o con le etichette?
Le etichette modificano la percezione, orientano l’attenzione e modulano il livello di empatia e di coinvolgimento emotivo. Bucare le etichette aiuta a ripristinare la collaborazione e aprire le finestre del dialogo.
Come si guasta un normale funzionamento sociale, di gruppo, organizzativo?
Per scoprire come si guasta un normale funzionamento sociale, di gruppo, organizzativo, alcuni ricercatori (Eagleman, 2010) hanno escogitato un esperimento piuttosto originale. Hanno posto i partecipanti all’esperimento all’interno di uno scanner (fMRI) facendo in modo che potessero vedere uno schermo su cui erano proiettate sei mani.
Durante l’esperimento, ogni mano veniva prima ingrandita, poi toccata con un bastoncino di cotone oppure punta con un ago, due stimoli che suscitano nel cervello reazioni molto differenti: quando assistiamo al dolore altrui, come una puntura d’ago, si attiva la stessa area cerebrale responsabile della nostra percezione del dolore, innescando così l’empatia emotiva che, in un certo senso, fa sentire il dolore anche noi. In questa fase iniziale dell’esperimento, come ci si aspettava, le persone hanno provato empatia osservando la puntura, ma non quando vedevano il tocco del cotone.
Durante la seconda fase dell’esperimento, venivano mostrate nuovamente le stesse sei mani sullo schermo, ma questa volta ciascuna mano aveva un’etichetta diversa: Cristiano, Ebreo, Ateo, Musulmano, Indù e Membro di Scientology. Anche in questa fase la procedura era identica: la mano ingrandita poteva essere sfiorata con un bastoncino oppure punta da un ago.
Risultato: le reazioni empatiche variavano a seconda che si appartenesse alla stessa “squadra” dell’etichetta. Cioè, in base al gruppo di appartenenza dei partecipanti, sulla base di un’etichetta, si attivava o disattivava il flusso empatico. Poiché anche negli atei la reazione osservata era stata la stessa, si è potuto considerare come ininfluente l’appartenenza religiosa e fondamentale invece l’appartenenza a quella che si riconosce come propria appartenenza, al proprio gruppo, ad un “noi” (in-group) che fa percepire la non appartenenza come “gli altri” come “out-group” (Singer & Batson, 2010), in grado di ridurre o disattivare i processi di umanizzazione.
Osservare il dolore di un out-group, infatti, può ottenere la risposta cerebrale simile a quella che si ottiene osservando un oggetto inanimato, soprattutto quando il pregiudizio è elevato. All’interno delle organizzazioni, tra le diverse appartenenze generazionali si attiva lo stesso tipo di meccanismo “noi” e “loro”: in presenza di etichette si formano squadre avversarie verso cui viene modificata la percezione e di conseguenza ridotta la capacità di ascolto, di empatia e di collaborazione. Una frammentazione organizzativa che può rallentare lo sviluppo, il flusso delle attività e dei cambiamenti in atto.
Bucare le etichette
Se le etichette semplificano la vita, riducono però le abilità di relazione, di comprensione reale dell’interlocutore, arrivando addirittura a creare la percezione che si preferisce, quella più confortevole per il cervello stesso. Quando parliamo con un’etichetta, stiamo ancora dialogando con noi stessi, con i nostri pensieri e le nostre convinzioni. Andiamo cioè a “riconoscere”. Per andare a conoscere qualcuno, qualcosa, un fenomeno, bisogna accedere alla curiosità, aver voglia di esplorare, di fare domande aperte, voler autenticamente comprendere.
Inaspettatamente, bucando le etichette si aprono le finestre della percezione, si ossigena il cervello, si apre alla possibilità di integrare mondi e di ripristinare un senso del NOI più ampio. Bucare le etichette significa rendersi consapevoli di dove portiamo l’attenzione nel dialogo: alle differenze o a quel che accomuna, ai valori condivisi? Significa riumanizzare l’interlocutore e favorire processi di riconoscimento reciproco che rompono i confini invisibili presenti tra gruppi per riattivare processi di comunicazione fluida, interazioni veloci e per aumentare la reattività complessiva del sistema.